La tecnica

Se ha ragione Oscar Wilde quando scrive:

“Ci sono momenti nei quali l’arte raggiunge quasi la dignità del lavoro manuale.”

uno di questi momenti è di certo l’oreficeria (o anche gioielleria) poiché nella creazione di un gioiello di lavoro manuale ce n’è tanto quanto è davvero difficile immaginare.

Il momento ideativo può essere disgiunto da quello esecutivo quando le due fasi sono affidate a due diverse figure professionali, ma niente è pari alla vertigine del veder nascere la propria idea dalla materia e con  la materia, plasmata dalle proprie mani.

Quando infatti chi realizza un gioiello è la stessa persona che ne ha l’idea, l’immagine mentale può anche non essere mai trascritta minuziosamente su carta: basta uno schizzo per studiare le dimensioni dell’oggetto “pensato”, dopodiché niente è più esaltante che veder nascere una forma dal materiale scelto con la sua complicità e le sue resistenze.

Due sono fondamentalmente le tecniche per creare un gioiello:

l’oreficeria e la fusione a cera persa.

Per oreficeria, o gioielleria che dir si voglia, si intende nel settore la lavorazione diretta del metallo dalla fusione del metallo stesso alla rifinitura del pezzo.

In  questo processo si utilizzano esclusivamente metalli nobili, sia per le loro caratteristiche intrinseche (duttilità, malleabilità, resistenza, luminosità)  che per il loro valore: il lavoro necessario  è infatti tale e tanto da rendere antieconomico l’utilizzo di altro materiale.

Il metallo viene dunque fuso con apposite fiamme e colato in “staffe”, in genere di ghisa o grafite, che danno una prima “forma” solida al materiale, forma tanto più adatta possibile al futuro utilizzo (larga e piatta o lunga e stretta). Il pezzo così ottenuto viene quindi laminato, ovvero portato allo spessore e  alle dimensioni necessarie alla realizzazione del gioiello, ovvero in considerazione delle successive fasi di realizzazione.

Comincia così il lavoro al “banco” da orafo, uno speciale banco da lavoro con una stecca di legno sporgente sul davanti su cui si fa praticamente tutto il resto: si lima, si sega, si trafora, ecc… Un capiente cassetto al di sotto raccoglie la preziosa limatura “di scarto”. Tra la stecca ed il cassetto vi è un piano estraibile sul quale si effettuano le saldature, piccole, invisibili saldature ….

E’ proprio questo il motivo per il quale è difficile immaginare quanta fatica richieda la realizzazione di un gioiello: il pezzo finito deve occultare qualunque segno del minuzioso lavoro fatto e dimenticarne il peso.

Per quanto riguarda invece la fusione a cera persa, procedimento assolutamente diverso ma non meno certosino e complesso, il lavoro diretto iniziale è sulla cera. Specifico iniziale perché l’oggetto, una volta fuso in  metallo, se realizzato da un orafo degno di tal nome, dovrà essere terminato e rifinito comunque al banco e perciò di nuovo segato, limato, traforato e saldato quanto e ove necessario.

Ma torniamo alla cera. Il materiale si trova in commercio in formati e con durezze differenti a seconda delle necessità: in tubi, fili, lastrine, blocchi e più o meno dura. Si lavora sia con gli stessi strumenti utilizzati per il metallo, sia con altri specifici, tanto a freddo che con il calore, modellandola cioè con spatole riscaldate o direttamente con la fiamma (in genere di un fiaccolino ad alcol). E’ un lavoro di grande minuzia che a volte prende pieghe inattese: la materia, se assecondata, aiuta molto la creatività.

Il pezzo (o modello), rifinito in cera come fosse già in matallo, viene fuso con la tecnica della fusione a cera persa, tecnica che sarebbe in questa sede troppo lungo spiegare.

L’oggetto così ottenuto (detto anche fusione) dovrà essere quindi “ritirato” al banco, ovvero ritoccata e lavorata quanto necessario per ottenere l’ oggetto finito. Esistono un’infinità di attrezzi per le diverse fasi del lavoro: dai più grossolani e “pesanti” come le lime a grana grossa, i martelli, le morse, ad altri di estrema precisione, come le piccole frese da trapano della dimensione di un millimetro. Tali strumenti sono spesso utilizzati indistintamente per ambedue le tecniche tanto più che un orafo professionalmente “completo”, come già accennato, deve poterle padroneggiare entrambe: è infatti l’oggetto con la sua particolare struttura a richiedere l’impiego dell’una piuttosto che dell’altra, è la forma a “reclamare” la materia.